Piazza affollata di Trescore Balneario sabato 23 novembre 2024 dove ho presentato la mostra d’arte di Giorgio Pasolini “Cosa ho fatto” è intervenuta l’assessore alla cultura Giuditta Botti e Daniela Picciolo di Bergamo News. Un bell’incontro d’arte nel superamento dei vincoli e nell’aderire alla pura visibilità attraverso la sola intenzione di adesione alle ragioni spaziali , di cui una prospettiva capace di rivelare un oltre che determina la forte personalità artistica ed esistenziale di Pasolini, esercitando pittura disegno e scultura, Nel passaggio critico che diventa anche intellettuale. 

Infatti, Giorgio Pasolini ricompone dopo aver decostruito l’idea iniziale di natura rivelatrice di una sensibilità materica condivisibile con Antonio  Tapiès e Robert Rauschenberg , e sta per certi versi nelle avanguardie internazionali, interpretando l’informale italiano che poi distaccarsene in un personale infinito, come se astratto e concreto scoprissero una forma mentis tra intrecci che tornano alla relazione di rifiuto del concetto di forma. Vorremmo, allora , idealmente avvicinarci alla sua arte, entrarci, e intravedere oscillazioni per uscire dalla bidimensionalità e collaborare con la luce, come afferma l’artista. È questo il progetto di Pasolini nel presentarsi con “cosa ho fatto” e che lo affianca a protagonisti e interpreti dell’informale del secondo Novecento in Italia proponendo contributi di grande importanza come lo sono state le opere di Carla Accardi con i suoi segmenti pittorici, Antonio Corpora e Piero Consagra attraverso i suoi valori plastici. E quelle di Emilio Vedova nel rompere gli equilibri informali sconvolgendo lo spazio sulla tela, e non solo se guardiamo “Plurimi” e infine il lavoro di un “poeta” come Cesare Zavattini che trova il momento centrale della sua pittura nell’informale come riferimenti soprattutto a Jean Fautrier e a Debuffet . 
L’opportunità, che ci da Giorgio Pasolini è quella di un dialogo nel confronto tra una esperienza artistica del secondo dopoguerra e il dibattito attuale che coinvolge la contemporaneità consapevole della crisi del “quadro” nella cultura visiva che cerca di riannodare la continuità come punto di riferimento e come portatore di un messaggio. Come dimensione della nostra percezione, dove l’immagine prende corpo di oggetto e si concede alla realtà, fatta propria la mutevolezza di una estensione immaginaria. Ecco dunque l’individuazione di Pasolini che preserva il dato di premesse e appartenenze non sovrapponibili, se non per l’analisi come matrice di tutta l’esperienza artistica contemporanea. Per questi motivi il punto di congiunzione di questa mostra lo troviamo seguendo la traccia di un percorso di sintesi che Pasolini condivide ma se ne astrae , giacché se l’informale mirava al dissolvimento del piano allora nelle sue opere possiamo cogliere la revoca e l’eliminazione per giungere alla ricapitolazione dell’arte nell’arte che determina la libertà. Per “Cosa ho fatto” con un suo stile che va tra luce e colore coerente e individuale, peculiare di azione e di pensiero nell’energia visiva delle sue composizioni che risiedono nella tensione di un territorio da elaborare. 
                                            ANDREA BARRETTA 

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