Spazio Cento4 a Bergamo dal 5 al 20 settembre 2026
Le “storie” di Giorgio Pasolini in mostra Presentazione del critico d’arte Andrea Barretta.
La ricerca artistica di Giorgio Pasolini si sviluppa a partire da una concezione della tela che supera la tradizionale opinione di superficie per approdare a una estensione volumetrica e spaziale, dove l’opera non si limita a essere supporto dell’apparenza, ma diviene corpo vivo, massa pulsante, campo di tensioni in cui gesto, struttura e assetto convivono in un equilibrio dinamico. Infatti, grazie a una indagine costante sui materiali, l’artista intraprende un percorso fondato sull’impiego di pigmenti puri, plastiche, carte, sostanze organiche e inserti eterogenei che si sedimentano in coperture dense e articolate, a volte pregne di elementi cromatici, in cui l’accumulo non risponde soltanto a una necessità conforme, ma diventano traccia del tempo e testimonianza di una pratica in continua variazione. Tracce che trovano caratteristiche comunicative quando incontrano finalità nell’articolare una creatività che non conosce limiti, e per altri versi, ma in un certo qual modo come consecutio, nel potenziare i dettagli in un grafismo che crea un rapporto al centro della forma che proprio nella narrazione trova il suo collante. Figura artistica di grande originalità Pasolini ha tenuto una sua prima personale alla galleria l’Incontro di Brescia negli anni Ottanta del Novecento e da allora ha tenuto diverse mostre personali e collettive con la partecipazione anche a fiere d’arte e la collaborazione con importanti gallerie. Questo gli vale un percorso straordinario nella sperimentazione e nel rivolgersi a entità fisiche nelle loro possibilità espressive più profonde, generando contorni che sfuggono alla staticità e assumono altro e un oltre in un contesto in cui il colore mantiene un ruolo centrale, orchestrato mediante un sapiente gioco di tonalità che costruiscono vibrazioni visive, contrasti e armonie capaci di amplificare impressioni del movimento. Così ogni opera si configura come un sistema in evoluzione, esito di una operazione minuziosa e al tempo stesso istintiva, dove il controllo tecnico dialoga con l’imprevedibilità, e ne emerge uno stile aperto, fluido, in costante divenire, improntato a una analisi che non si esaurisce in un profilo compiuto, ma seguita a discutere con le opportunità di emancipazione per assumere una propria autonomia espressiva, trasformandosi in mezzo espressivo. Il livello pittorico si apre così a una comunicazione che evolve in configurazioni sempre nuove, dove l’azione creativa non impone una struttura definitiva, ma accompagna criteri di metamorfosi idonei a generare metafore mobili valicate da accenti luminosi. Giorgio Paolini sviluppa trasparenze e rapporti tra pieni e vuoti, in una pratica che lascia emergere l’autodeterminazione come atto primario e necessario, ed è in questo aspetto che le sue opere cominciano a vivere, non più come limite fisico, ma come apertura mentale e sensoriale, richiamando le esperienze che percorrono la storia dell’arte per approdare a una concezione dell’opera come pratica fisica, mentale e filosofica insieme, al di là di ogni funzione descrittiva. In questo processo assembla stratificazioni che diventano elementi di una grammatica visuale nel talento a generare, come per le avanguardie, e il significato stesso di estensione artistica, laddove il superamento creativo coincide con l’ispirazione di quell’oltre possibile. L’artista consolida così una poetica fortemente propria, nella quale pittura, disegno e scultura convivono come gerghi complementari di un unico pensiero, e ogni opera si presenta come un varco, una soglia che rivela prospettive ulteriori, misure interiori che si dispongono oltre l’immediata sensazione sensibile nel mutare dello sguardo di chi osserva. Ne deriva un passaggio critico e insieme intellettuale, in cui si manifesta la forza della sua identità artistica ed esistenziale per costruire un linguaggio libero, fondato sull’idea di un concetto in movimento, avvicinandosi alle riflessioni di Martin Heidegger, secondo cui l’opera d’arte non rappresenta semplicemente il mondo, ma lo dischiude, lo porta alla presenza, e dunque per Pasolini la materia non è più strumento, ma verità che accade. Al tempo stesso emerge una vicinanza della percezione come conoscenza corporea e totalizzante, perché le sue opere non chiedono soltanto di essere guardate, ma attraversate mentalmente, che associa il corpo dello spettatore in un rapporto diretto che coinvolge le tre costanze avvertibili: dimensione, luminosità, colore. Che investe nella sua globalità il soggetto-corpo che noi siamo, che intreccia l’interno e l’esterno in una ambivalenza irrisolvibile che non permette più nessuna frontiera rigida, in un rilievo atemporale della disamina tra studio e reazione di sintesi in rapporto con l’euritmia che contrasta l’immanenza e adotta l’inconscio in qualcosa di viscerale. Si nota inoltre un’eco della riflessione come campo di forze e di rivoluzione, allorquando le sue alterazioni non costruiscono sembianze statiche, ma flussi rivelativi nel manifestare la forza della sua personalità artistica, in un esame che non descrive l’effettivo, ma lo interroga, aprendolo a nuove facoltà prefigurative. Giorgio Pasolini si colloca in un ambito in cui l’eloquio artistico del secondo dopoguerra incontra il conflitto della contemporaneità, aprendo un raffronto che non si limita alla memoria storica del Nouveau Realisme, con l’uso diretto e provocatorio di materiali di scarto della società dei consumi, ma ne ricompone le contraddizioni per ridefinire la ragione stessa dell’idea. Le sue opere, infatti, offrono l’opportunità di un confronto tra la crisi del “quadro” e la necessità, ancora attuale, di restituire all’arte una funzione di presenza, come luogo in cui l’immagine non coincide più con la semplice descrizione, ma assume sostanza di un oggetto abile a concedersi all’oggettività, e in questo passaggio si comprende come la proporzione intuitiva non sia più subordinata alla tela tradizionale. Tuttavia, proprio nel momento in cui il Novecento aveva spinto l’arte verso il dissolvimento del piano e verso la negazione della figura, Pasolini introduce una convergenza incondizionata, nel condividere il contrasto dell’informale, ma al tempo stesso se ne astrae, revocandone gli esiti estremi, e come per priorità graduali, ecco che ci appaiono, via via, i suoi reperti culturali che rinnova per noi e ne fa enigmatiche immagini per il presente in quel preminente interesse alla materia in cui riconosce motivi teorici. Il nostro artista non procede con la sola pittura, bensì con la sua ricapitolazione, e l’eliminazione e la sottrazione diventano strumenti per ricondurre l’arte alla coscienza di sé, in uno sviluppo di sintesi che preserva il valore delle differenze e delle appartenenze senza ridurle a una sovrapposizione indistinta. È qui che emerge il nucleo teorico della mostra a Bergamo, “Storie” di Giorgio Pasolini, come racconto, come matrice del trascorso artistico contemporaneo. Non una stabilità lineare, nel non dipingere la realtà, ma nel presentarla direttamente utilizzando elementi reali, preparata a riannodare il rapporto tra passato e presente mediante la consapevolezza delle difficoltà, e in tale angolazione l’opera pasoliniana si presenta in modi dissimili, unici e riconoscibili. Da un lato l’eredità delle avanguardie, dall’altro il dibattito contemporaneo sulla sopravvivenza della fantasia nella cultura, perché l’indipendenza che ne deriva non è affermazione arbitraria di una maniera, ma attuabilità di ricondurre l’arte all’arte stessa, ovvero la potenzialità di sottoporre a verifica il tangibile senza dissolversi completamente in esso. Così il quadro, pur vissuto nella propria crisi, torna a essere punto di riferimento e portatore di un messaggio, non come parte conclusa, ma come ambiente di relazione, manifestazione e tesi interpretativa, cercando un fondamento estetico, nella capacità di produrre uno spazio diverso dall’uso ordinario delle cose, che appartengono all’esistenza ma, nello stesso tempo, la sospende e la riflette tramite i propri metodi. Andrea Barretta
Giorgio Pasolini “Storie”, dal 5 al 20 settembre 2026, Associazione culturale Spazio Cento4, Via Borgo Palazzo 104L, Bergamo. Orari: sabato 17-19,30; domenica 10-12,30 e 17-19,30. In settimana su appuntamento.

